Per un sociale non marginale

Lucio Babolin (presidente del Cnca – Coordinamento Nazionale delle Comunità d’Accoglienza)

 

L’abbiamo capito.

Il messaggio è stato di una chiarezza unica, non vi possono essere equivoci.

LA QUESTIONE SOCIALE IN ITALIA E’ MARGINALE!!!!!

I problemi che dobbiamo affrontare sono ben altri: si tratta di continuare a far stare bene il ceto medio il cui potere d’acquisto si è andato erodendo in modo preoccupante.

Dobbiamo garantire la ripresa economica: unico strumento che consente riavvio di accumulazione e, a cascata, risorse disponibili anche per la lotta alla povertà.

WELFARE RESIDUALE.

WELFARE ASSISTENZIALE.

WELFARE CARITATEVOLE.

 

Da cosa l’abbiamo capito?

Abbiamo avuto bisogno di un po’ di tempo (forse troppo, visti i danni che si sono prodotti finché noi ci cullavamo nell’illusione che si trattasse di una svista e che bastasse spiegare meglio).

L’abbiamo capito cercando una spiegazione del perché la 328, dopo quasi otto anni dalla sua approvazione quasi unanime, (legge invocata, osannata) fosse ancora priva dei decreti attuativi.

L’abbiamo capito quando abbiamo preso consapevolezza che le Regioni non stavano facendo nulla perché questa carenza fosse superata: si sono limitate a ipotizzare dei Livelli Essenziali livellati al massimo ribasso (sarebbero diventate prestazioni generaliste quelle più basse già organizzate dalla regione più arretrata). Ma non hanno avuto nemmeno la voglia di chiedere su questa innocua e vuota proposta un accordo Stato regioni. Ci è sembrato che nemmeno l’ipotesi da noi formulata ad alcune Regioni, politicamente omogenee e con le quali avevamo sperimentato una vicinanza in occasione del cartello non incarcerate il nostro crescere abbia prodotto o possa produrre un qualche risultato

L’abbiamo capito quando il Ministro del Welfare ci ricordava ad ogni incontro che lui non aveva votato né il titolo V, né la 328 e confermava che, all’interno della compagine governativa non aveva alcun potere e tanto meno risorse disponibili.

L’abbiamo capito quando, frequentando i tavoli territoriali dei Piani di Zona, ci siamo resi conto che l’idea di sussidiarietà che va per la maggiore nella testa dei nostri dirigenti politici locali e dei dirigenti degli assessorati è quella che prevede di consultare il cosiddetto Terzo settore, chiamarlo a gestire pezzi di servizi possibilmente a costo basso (come e peggio di un qualsivoglia fornitore della Pubblica Amministrazione), mantenerlo ben lontano dal ruolo di co-progettazione dei Piani, di gestione condivisa e di qualità, di verifica dei risultati.

Una sussidiarietà monca, subalterna.

L’abbiamo capito quando si è resa esplicita la non volontà politica di operare chiarezza sulle professioni sociali e sul riconoscimento del lavoro sociale come elemento centrale e sostanziale a garantire non solo esistenza, ma anche efficacia ed efficienza ai servizi di cittadinanza territoriali.

L’abbiamo capito quando con una mano si tagliava il fondo sociale e con l’altra si aumentava la dotazione bellica del nostro paese.

L’abbiamo capito quando venivamo gratificati  solo con belle parole di compiacimento per la capacità di formulare proposte concrete e di reggere alla fatica stringendo i denti e continuando nella nostra azioni di difesa degli interessi deboli.

E continuiamo a capirlo anche ora che si taglia l’ICI sulla prima casa senza offrire adeguate garanzie di compensazione agli enti locali; che si prevede di coprire le mancate entrate con una serie di cosiddetti risparmi, tra cui il fondo per il contrasto alla tratta delle donne che viene azzerato o quello per l’immigrazione che viene decurtato di 50 milioni di euro.

 

Ma se nel passato abbiamo atteso, nella speranza che si potesse determinare una inversione di tendenza, questa volta non siamo disponibili a perdere tempo prezioso.

 

Per questo abbiamo deciso di darci una mossa operando una serie di azioni che hanno lo scopo di determinare, almeno queste sono le nostre intenzioni, uno spartiacque netto:

-          tra noi e la politica delle chiacchiere, delle mancate promesse; la politica preoccupata di garantire i forti a danno dei deboli. La politica dei bla, bla; la politica dei ricchi e dei potenti; la politica dei sicuri che si accaniscono contro gli insicuri che rivendicano parità di diritti. Ci vogliamo riprendere la delega. Non ci rappresentate. Non vogliamo che ci rappresentiate. Parliamo noi direttamente di noi, dei nostri problemi, presentiamo direttamente le nostre rivendicazioni, alziamo la voce contro l’ingiustizia. Vogliamo che sia dato diritto ai diritti. Vogliamo e chiediamo che i poveri, i non cittadini, i diversi siano paradigma del nostro benessere e del nostro tasso di civiltà

-          tra noi, organizzazioni sociali che ancora fanno riferimento ai principi costituzionali di eguaglianza e di solidarietà, che esigono una netta e chiara applicazione della legge 328, che affermano essere la questione sociale la vera questione nazionale, che gridano lo stop alla povertà che nel nostro paese si allarga sempre più e coloro che passivamente assistono al declino della società civile e della sua capacità di autoorganizzarsi ed autorappresentarsi e che si rassegnano accettando il ruolo di guardiano, di contenitore sociale, di placebo ai mali e agli ammalati del nostro tempo

-          tra noi ed un federalismo che aspira a cancellare ogni idea  di universalismo dei diritti  e delle responsabilità in forza di un localismo che misconosce anche la stessa ipotesi di coesione comunitaria territoriale.

Ma non vogliamo nemmeno costruire un luogo altro di rappresentanza contrapposto o alternativo a quelli già esistenti e riconosciuti. Ci preme piuttosto sollecitare, in particolare al Forum del terzo Settore, una ripresa di coraggio, un sussulto di orgoglio, l’avvio di una fase di forte dialettica sociale capace di rimettere la questione sociale al centro del dibattito politico e istituzionale italiano lasciando cadere definitivamente nell’oblio la sirena consociativa per farsi promotore di un movimento di massa di organizzazioni e di cittadine e cittadini disponibili a riaprire una stagione di forte  conflitto sociale.

Noi, a una scelta di questo tipo, possiamo portare in dote questo luogo di riflessione e di proposta, di approfondimento culturale e di elaborazione di pensiero che è il Cantiere welfare.

Un luogo per dare voce, costruire idee e proposte capaci di interpellare e fortemente partiti, istituzioni nazionali e locali, organizzazioni della società civile.

Per costruire un vasto movimento di opinione capace di smuovere la politica, di orientare l’attenzione alla questione sociale, per indicare come prioritarie alcune tematiche che rischiano di produrre ancor più povertà, disagio, malessere e paura.

Abbiamo bisogno di rilanciare speranza: la speranza che la lotta alla povertà è possibile, che le risorse ci sono, che solo politiche di inclusione, di riconoscimento dei diritti negati, di accettazione incondizionata delle diversità possono produrre benessere sociale, tranquillità, fiducia nelle istituzioni e tra la gente.

 

E ce la faremo!!!

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