di Patrizio Gonnella presidente di Antigone
È questo un periodo difficile per la democrazia, lo stato di diritto, lo stato dei diritti. Era inimmaginabile solo un anno fa che si potesse arrivare ad una emergenza razzismo. Il razzismo è fonte di insicurezza. Il razzismo rende insicuri uomini, donne e bambini che chiedono solo di poter vivere in pace. Il razzismo rende insicuri tutti noi. La creazione di un nemico inesistente ci fa avere paura di ogni cosa e di ogni persona. Ponticelli, Pigneto, Bovisa. Napoli, Roma, Milano. Sgomberi di campi rom e violenze si sono succeduti pericolosamente in queste ultime settimane. Pare che immigrati e rom siano diventati la cartina di tornasole delle nuove politiche della sicurezza. Noi siamo contro il reato di immigrazione clandestina, siamo per l’universalità dei diritti umani. Siamo contro la permanenza fino a diciotto mesi nei centri di identificazione per stranieri. Siamo per il rispetto sempre e dovunque della dignità della persona umana. Le nuove norme che prevedono pene severe per chi affitta a immigrati irregolari e che introducono l’aggravante della clandestinità rischiano di gettare nell’illegalità centinaia di migliaia di italiani e immigrati. Il razzismo di massa sta determinando forme di auto-sicurezza. È gravissimo, violento e illegale che un gruppo di persone decida di farsi giustizia da sé. È ad esempio inaccettabile che chi governa Roma affermi che il clima di insicurezza spieghi e, alla fin fine, giustifichi gli episodi di violenza contro gli immigrati. È inaccettabile che possa accadere che a Verona un ragazzo venga ucciso da un gruppo di naziskin e il presidente della Camera affermi che quell’omicidio brutale fosse meno grave di due – dico due – bandiere bruciate. Una vita vale sempre più di un simbolo. Il razzismo oramai si respira nell’aria di questo paese, e si è rotta la diga del buon senso. Va fatto un lavoro politico e culturale che punti a ricostruire un tessuto sociale democratico, liberale, non violento, solidale, anti-razzista. Le parole evocano storie, a volta tragiche. Il razzismo è stato un connotato del nazismo e del fascismo. Ha significato morte.
La sicurezza è una cosa seria
La sicurezza è una cosa seria. La discussione degli ultimi mesi è stata una discussione che ha evidenziato cadute di stile, confusione politica e semantica. Un dibattito che produrrà ulteriori modifiche legislative di impianto repressivo e che lascerà segni nella cultura e nella società italiana. Non si era mai arrivati a tanto, a assimilare la povertà alla criminalità.
No alla politica della tolleranza zero
La politica della c.d. “tolleranza zero” fu realizzata nel corso degli anni ‘90 dall’ex responsabile della sicurezza della metropolitana di New York William Bratton, promosso a capo della polizia locale dal sindaco Rudolph Giuliani. Essa si ispirava alla teoria dei “vetri rotti” (broken windows) messa a punto nei primi anni ’80 dal Manhattan Institute, secondo la quale per far fronte all’ondata di criminalità incalzante era necessario ribattere colpo su colpo ai piccoli disordini quotidiani. Questo approccio tendeva a stigmatizzare la componente criminogena, o presunta tale, di comportamenti quali il chiedere l’elemosina, vivere o suonare all’aperto, lavare i vetri, ubriacarsi o fare graffiti sui muri. Bratton avviò una dura azione di repressione delle povertà urbane al fine di rassicurare la classe media newyorchese allontanando i mendicanti e i senza tetto dalle zone pregiate della città e spingendoli verso le zone più periferiche. Tra il 1993 e il 1997 le denunce di reato calarono complessivamente del 45%. Si trattava però di flussi di criminalità che prescindevano dalle politiche adottate visto che nello stesso periodo (1993-1996) la criminalità diminuiva in ben 17 delle 25 principali città americane, anche laddove erano state adottate strategie di prevenzione della criminalità molto meno aggressive (Los Angeles) o di tipo comunitario (Boston e San Diego). A San Diego, ad esempio, a fronte di un aumento di organico della polizia pari al 6,2% (a New York era stato del 40%) si registrò una diminuzione dei crimini denunciati del 36,8% (abbastanza simili dunque al dato della “grande mela”). Sempre a San Diego le denunce per le violenze da parte della polizia diminuirono del 10%, mentre a New York aumentarono del 75%. Alcuni sindaci hanno chiesto di avere compiti di polizia giudiziaria. È stata preannunciata una stretta sulla custodia cautelare e sulla sospensione condizionale della pena. La politica della tolleranza zero contraddice le tre culture fondative della nostra carta costituzionale: quella cattolica, quella liberale, quella marcatamente di sinistra. Di fronte a tutto questo vanno ri-posti dei paletti chiari e insormontabili. Quelli che trovano radice nello stato costituzionale di diritto. Non si tratta di scegliere di essere dalla parte dei colpevoli o delle vittime ma di definire compiti e poteri di tutti gli attori politici, sociali e della giustizia. In alternativa alla politica della tolleranza zero va costruita una politica di nuova prevenzione dove sul territorio operatori del diritto, del welfare e delle istituzioni interagiscono con finalità comuni per ridurre i rischi di crescita della devianza. I magistrati devono continuare a essere i garanti della legge. Le forze di polizia devono occuparsi della prevenzione del crimine ed essere i garanti dei diritti di cittadinanza. I prefetti devono essere i garanti dell’ordine pubblico. I sindaci devono essere i garanti di una buona politica territoriale. La sicurezza non può che essere di esclusiva pertinenza dello Stato. La riforma dell’art. 117 della Costituzione voluta dal centrodestra e bocciata dagli elettori prevedeva competenze esclusive delle Regioni su temi quali la sanità, la scuola, la polizia locale. Quella riforma è stata contestata da tutto il centrosinistra. Oggi avallare compiti impropri delle polizie locali significa riproporre la devolution. Il trasferimento sul piano locale delle competenze in tema di polizia va analizzato nei suoi effetti concreti. Alcuni rischi sono immediatamente evidenti: proliferazione di polizie locali (es. nuova polizia regionale) e ulteriore sovrapposizione di competenze in una situazione che semmai richiederebbe una riorganizzazione in termini di razionalizzazione delle forze esistenti, anche sul piano nazionale, al fine di ottenere una maggiore efficienza ed evitare il disorientamento del cittadino di fronte ad una serie infinita di corpi di polizia a vari livelli; aumento della spesa in materia di sicurezza, e contemporanea riduzione di spesa per il welfare; perdita di efficienza generale per la creazione di un’ennesima forza di polizia che aumenterebbe i problemi di coordinamento; militarizzazione del territorio; indiscriminata dotazione di armi alle polizie locali; privatizzazione della gestione dell’ordine pubblico del territorio (già adesso alcuni spazi pubblici – aeroporti, metropolitane, centri commerciali, etc. – sono affidati al controllo di polizie private). Concentrare eccessivamente il dibattito politico sui temi della sicurezza comporta un aumento della percezione di insicurezza e quindi la richiesta di maggiori interventi repressivi. È pertanto necessario spostare l’attenzione sulle problematiche originarie, quali la criminalità, la devianza giovanile, la tossicodipendenza, l’immigrazione.
Basta con gli assessorati alla sicurezza, sì agli assessorati alla sicurezza sociale
Quanto finora detto comporta la rinuncia agli assessorati alla sicurezza che sono proliferati in questi anni anche nelle città governate dal centro-sinistra. Impegno e risorse dovrebbero invece essere indirizzati verso politiche di sostegno alle marginalità estreme, di riduzione del danno nelle tossicodipendenze, di inclusione sociale. La sicurezza è un concetto che riguarda l’esistenza stessa delle persone. Non può che essere trattata da chi ha competenze di tipo socio-assistenziale. Le politiche di prevenzione sociale e le politiche di prevenzione criminale devono trovare ambedue radice nei piani di zona o al massimo nei programmi di recupero urbano. Il garante della sicurezza non può che essere il prefetto con la tutela giurisdizionale della magistratura. Questo è il nostro impianto costituzionale, fino a prova contraria.
La miseria non va criminalizzata
Marginalità e criminalità – e questo è lapalissiano – non possono essere trattate entrambe con le armi della repressione. La marginalità è il prodotto di società incapaci di ridurre il gap tra poveri e ricchi, è il frutto di ineguaglianze sociali, di leggi ingiuste, di squilibri planetari. La povertà va affrontata con piani nazionali, regionali e municipali di contrasto alla esclusione sociale. Va tenuto distinto colui che infrange la legge penale da colui che produce fastidio sociale in quanto privo di mezzi di sostentamento. La vita dei poveri va decriminalizzata proprio al fine di rompere il legame tra marginalità e devianza.
Immigrazione
Va decriminalizzata la vita degli immigrati. Inoltre va combattuto con assoluta fermezza il racket che controlla il lavoro nero. Ogni mattina centinaia di lavoratori immigrati sostano davanti agli “smorzi” in attesa che un caporale li prelevi e li accompagni in un cantiere dove vengono sfruttati, sottopagati, e dove lavorano in condizioni precarie sotto il profilo della sicurezza. Occorre rendere più agevole l’applicazione dell’art. 18 D. Lgs. n. 286/98 (Testo Unico Immigrazione) che prevede il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale anche nei confronti dello straniero vittima di grave sfruttamento lavorativo. Vanno approvate rapidamente norme che consentono la regolarizzazione dello straniero che svolga un’attività lavorativa. Le statistiche ci dicono inequivocabilmente che gli immigrati regolari delinquono meno in percentuale che gli italiani. Il permesso di soggiorno è un atto di fiducia solitamente ricambiato in termini di rispetto della legalità.
Tossicodipendenze
Va decriminalizzata la vita dei consumatori di droghe. Il consumatore di sostanze leggere è trattato dalla legislazione vigente al pari dello spacciatore di droghe pesanti. Va costruita una nuova legge che separi i percorsi dei due soggetti. Le politiche di riduzione del danno devono tornare a essere le politiche centrali degli enti locali: unità di strada, rivitalizzazione dei SerT, informazione presso scuole e discoteche sulla nocività delle nuove droghe, somministrazione controllata e a scalare di sostanze.
Prostituzione
Va decriminalizzata la vita delle prostitute. Va modificata la legge Merlin. Vanno separati i destini degli sfruttatori da quelli delle donne prostitute. Vanno aumentate le pene per gli sfruttatori e depenalizzati quegli illeciti che portano in carcere le prostitute, ossia depenalizzate le fattispecie improprie come quella del favoreggiamento entro cui può essere ricompresa anche la normale attività di assistenza e di mutuo aiuto di chi sia legato da legami di convivenza, familiari o amicali con la persona che esercita la prostituzione. Va prevista la esplicita depenalizzazione dell’ospitalità senza fini di lucro da parte di persona che esercita la prostituzione di una o più persone che esercitino la medesima attività. Va infine depenalizzato il “libertinaggio” e vietata esplicitamente l’applicazione delle misure di prevenzione in danno delle persone che esercitano la prostituzione, ivi compresa la possibilità di procedere al fermo per il solo fatto che taluno la eserciti.
L’approccio culturale, nel solco di una lunga tradizione liberale, deve essere quello di attribuire allo stato non di esprimere giudizi di valore sulle condotte e le scelte di vita delle persone quando esse non siano lesive di diritti o beni fondamentali di altre persone quanto quello di reprimere chi guadagna dal mercato dei corpi. Quanto al disvalore che larga parte della società attribuisce pubblicamente alla commercializzazione dei rapporti sessuali, esso va affrontato alla radice, nella cultura profonda della nostra società, da una parte superando i falsi moralismi di cui troppo spesso siamo partecipi, dall’altra mettendo in discussione i modelli di sessualità maschile che giustificano l’esistenza stessa della prostituzione. Vanno tenute distinte le scelte di libera prostituzione da quelle di costrizione alla svendita del proprio corpo e di riduzione in schiavitù.
Per un nuovo codice penale
Va riformato il codice penale, in un’ottica realmente garantista, in cui il carcere divenga l’extrema ratio del sistema punitivo; vanno ridotte le fattispecie di reato e rivisto il sistema sanzionatorio.