di don Virginio Colmegna (Casa della Carità di Milano)
Il percorso che porta alla lettera aperta che ha dato il via al Cantiere Welfare è il condensato della storia delle quasi duecento sigle del privato sociale che vi hanno aderito. L’idea di fondo che ne anima le azioni, e a cui vogliamo oggi dare voce, è chiara: un’idea del welfare non assistenzialista ma condiviso, tramato di partecipazione attiva. Un welfare non solo gestionale di parti del sistema di erogazione delle prestazioni e quindi che non chiede , ma fa, ogni giorno, sul territorio promuove cultura del ben-essere. Un Welfare non antagonista alla politica ma parte della polis alla ricerca di un dialogo con la politica stessa. Da sempre.
Un appello senza risposta. Cosa è accaduto però in questi anni? Che la politica non ha risposto a questa richiesta di dialogo. Anche di recente, quando con la nascita del Pd sembrava potesse nascere una nuova classe politica meno avvezza ai giochi di Palazzo, e che all’idolatria della conta delle tessere preferisse il “tesseramento al sociale” , la costruzione di una identità condivisa appunto. Non è accaduto; ne abbiamo avuto prova fin dalla formazione delle liste, compilate in base a vecchie logiche spartitorie; ne abbiamo avuto conferma in questi primi atti di legislatura, e nella confusa organizzazione dei momenti di lavoro sui temi e sui processi decisionali. Verifichiamo una deriva correntizia che pensavamo alle spalle. Constatiamo la nascita di Fondazioni o correnti che collocano l’analisi su un terreno da accademia più che su quello dell’esperienza vissuta, elemento che rende caldo e vero ogni atto politico che sappia parlare alle persone. Per dirla in sintesi: la politica d’oggi sembra in grado di parlare la lingua del Palazzo, fatta di sottintesi, di accordi e compromessi, oppure quella dell’accademia. Un linguaggio da casta, lontano dal paese reale. Non un linguaggio che è radicato nella società e nella cultura quella più vera, che potremmo definire con uno slogan la lingua dell’accademia della strada.
Una nuova soggettività. Date tali premesse, quel che crediamo necessario a questo a punto è l’assunzione in proprio di una autonoma soggettività di elaborazione e politica. Il terzo settore avoca a sé la rappresentanza degli interessi dei soggetti rappresentati e delle proprie organizzazioni rispetto alla politica. Si badi bene: non per creare un contraltare anti-politico (di anti-politica ve n’è già abbastanza), ma per affermare un nuovo modo di fare politica, radicata sul territorio, consapevole dei bisogni e delle persone. Una politica della prossimità. Non compiere questo passo, non assumersi questo onere equivale a lasciare il territorio ai laboratori della paura della diffidenza del non sviluppo della cittadinanza solidale, equivale a lasciare il campo ad una politica di militarizzazione del territorio che è altre cosa rispetto al creare territorio sicuro, sine – cura. Le nostre organizzazioni non possono accettare un balzo indietro di anni davanti a tentativi di azioni che alimentate dalla paura delle diversità e delle fragilità si muovano sul terreno della istituzionalizzazione dei processi di cura della persona, e non della sua presa in carico.
Il compito strategico: avviare un’era di formazione. Nel rivendicare l’urgenza di una nuova soggettività politica siamo consapevoli che occorre portare la sfida su un altro terreno: quello della formazione. Occorre avviare un grande processo educativo di una nuova classe dirigente del sociale. Lasciatemi dire come la vogliamo questa classe: giovane, colta, appassionata, generosa. In grado di trarre insegnamento dagli errori dei padri, di formulare metodiche a partire dall’esperienza, di selezionare e replicare modelli di cura e di intervento vincenti, di confrontarsi con le logiche del mercato senza perdere l’anima della relazione che lega le persone. Lasciatemi dire che la formazione, intesa come educazione alla gratuità dell’agire competente, è la vera grande necessità di quest’epoca. Una necessità che la storia pone davanti agli attori sociali in ogni epoca di grande cambiamento. Questo è uno di quei momenti. Ecco perché fare politica senza educare a fare servizio vuol dire fallire. Ed ecco perché quello che oggi vogliamo lanciare, dandoci anche una scadenza (settembre?) è una accademia del sapere sociale, che non frammenti il pensiero come avviene nelle fondazioni specialistiche (anche quelle migliori), ma lo raccordi davvero ai bisogni delle donne e degli uomini che ci vivono accanto.